
A PIE’ PAGINA – Re Valdo e il Drago: il valore del gioco simbolico nei bambini
Re Valdo e il Drago di Peter Bently e Helen Oxenbury (Edizioni Il Castoro) è un piccolo capolavoro che non può mancare nella libreria di bambine e bambini.
È un albo capace di conquistare tutti: una lettura travolgente in cui i più piccoli si immergono con facilità e che nei più grandi fa riaffiorare ricordi profondi dell’infanzia.
Provate a immaginare tre prodi cavalieri, un castello, lotte e battaglie, spade sguainate, un re impavido.
E poi guardate meglio: sono tre bambini, armati di scatole, lenzuola, un manico di scopa e una fantasia inesauribile.
Quello che questo albo racconta è uno spaccato autentico dell’infanzia.
I bambini incontrano naturalmente il desiderio di nascondersi sotto un lenzuolo, dentro una tenda, in una tana.
È lì che nascono le storie, le avventure, i mondi immaginari.
È lì che prendono forma anche battaglie e combattimenti, che non sono violenza, ma modi per esplorare sé stessi, la forza, il limite, la relazione con l’altro.
Tutto questo accade dentro una cornice fondamentale: il gioco simbolico, il “far finta di…”.
Ed è qui che entra in gioco lo sguardo dell’adulto.
Uno sguardo che dovrebbe essere accogliente e non giudicante, capace di lasciare spazio all’esperienza senza incastrarla dentro schemi rigidi o morali adulte.
L’adulto non deve interrompere il gioco, ma accompagnarlo con presenza, intervenendo solo quando serve per dare un contenimento.
È proprio quello che accade nella storia.
Dopo una giornata di avventure, il coraggioso Valdo torna a casa.
E lì ritrova qualcosa di altrettanto importante:
il bagno caldo, il sonno, l’abbraccio della mamma, le spalle del papà.
Sono questi i luoghi in cui tornare dopo aver esplorato il mondo.
Luoghi che permettono al bambino di integrare ciò che ha vissuto e di sentirsi di nuovo al sicuro.
Perché il gioco non è solo divertimento.
È uno strumento fondamentale di crescita, attraverso cui i bambini costruiscono competenze emotive, relazionali e cognitive.


